editoriale
Nuove risorse per l’ambiente in Finanziaria 2007

La Finanziaria 2007 presenta interessanti novità sotto il profilo della tutela ambientale.
Oltre 500 milioni di euro da destinare ai fronti caldi come gli eco-interventi per analizzare il suolo e prevenire le catastrofi ambientali, abbattere gli eco-mostri, riorganizzare l’Apat (Agenzia nazionale per la protezione dell’Ambiente), destinare risorse a pannelli solari e bioedilizia e inasprire la lotta all’abusivismo.
Il ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, si è dichiarato soddisfatto: “finalmente un’inversione di tendenza dopo 5 anni di disastri e attacchi all’ambiente'’.
Un capitolo di estrema importanza è la lotta allo smog che ogni anno in Italia, solo nei tredici principali centri urbani, causa oltre ottomila decessi. Sotto accusa sono l’ozono e le famigerate polveri sottili (Pm10), prodotte nelle città quasi esclusivamente dal traffico.
Per combattere questa strage silenziosa, in Finanziaria sono previsti incentivi per biocarburanti e discussa supertassa su Suv e auto più inquinanti. Altri fondi per la causa ambientale potrebbero arrivare, inoltre, dall’atteso definanziamento del Ponte sullo Stretto, che potrebbe liberare da 300 a 500 milioni da destinare alla difesa del suolo.
Sembrerebbe dunque che si sia preparata una Finanziaria che potrebbe dare veramente un nuovo impulso alla prevenzione in campo ambientale: ad esempio, per quanto riguarda le catastrofi, contrasta la vecchia tendenza che portava ad agire a disastro avvenuto. Che sia passata la semplice idea che sia meglio investire un milione di euro nella prevenzione che cento milioni per la cura?

Il prezzo dell’acqua corre più del greggio.
La grande sete di acqua fa volare le quotazioni dei titoli del settore idrico. L’insufficiente disponibilità di falde adatte al consumo umano ha, infatti, consentito all’indice Bloomberg World Water, che raccoglie le 11 maggiori utility idriche del mondo, di segnare nel triennio 2003-2005 una performance media annua del 35 per cento (+11% da inizio 2006). Un risultato migliore al 29% realizzato dalle azioni legate al petrolio e al gas e al 10% dell’indice Standard & Poor’s 500. Di fronte a questi numeri e alle stime dell’Onu che prevedono entro il 2050 carenza d’acqua per oltre due miliardi di persone distribuiti in 48 Paesi, si comprende l’interesse di grandi investitori internazionali per il business idrico.
Recentemente Hans Peter Portner, che gestisce il Water Fund presso Pictet a Ginevra, ha detto che c’è una sola direzione che può prendere il prezzo dell’acqua, ed è rialzo. L’acqua, aggiunge Portner, si apprezzerà in media dell’8% l’anno da qui alla fine del 2020, registrando un tasso di crescita superiore a quello di qualunque altra materia prima. Secondo Jeffrey Immelt, presidente di Ge, la scarsità di acqua dolce farà più che raddoppiare le entrate nella depurazione e trattamento, portandole a 5 miliardi di dollari entro il 2010. All’assemblea annuale di Ge dello scorso aprile, Immelt ha sostenuto che il business idrico sarà un grosso mercato ad alta crescita per molto tempo viste le difficoltà che molti Paesi hanno a portare acqua potabile a 4 miliardi di persone che vivono in aree desertiche.
Quando era al vertice di Vivendi Jean-Marie Messier avrebbe fatto meglio a rimanere nell’acqua, invece, di perdere miliardi nella trasformazione della maggiore utily idrica del mondo in un gruppo dell’intrattenimento con l’acquisizione di Universal.
Esce malconcio l’ambiente Italia da cinque anni di “cura Berlusconi”.
Pensiamo utile prendere spunto dal libro di Edizioni Ambiente “Ambiente Italia” per le nuove proposte in materia ambientale, augurandoci che il nuovo governo, al quale auguriamo un Buon lavoro, faccia meglio.
Come associazione siamo sempre presenti sulle questioni e i problemi per dare il nostro piccolo contributo al miglioramento del sistema.
Riportiamo il testo in sintesi, delle proposte di Lega Ambiente al nuovo governo Prodi, condividendone il contenuto.
Esce malconcio l’
ambiente Italia da cinque anni di “cura Berlusconi”. Per le scelte fatte: il condono edilizio, la messa in vendita dei beni storici e ambientali, la legge delega che ha cancellato leggi preziose come quelle sui rifiuti e sulle acque. Forse ancora di più per le scelte non fatte: nulla per rendere più moderni e meno inquinanti i trasporti e i sistemi energetici, nulla per promuovere quella “soft economy” che è la via maestra di uno sviluppo sostenibile.  
Per sintetizzare questa fase di stallo e di involuzione bastano pochi numeri tra le centinaia che compaiono nel set di indicatori statistici di
Ambiente Italia 2006, il Rapporto di Legambiente curato dall’Istituto Ambiente Italia. Eccone tre molto eloquenti: l’Italia presenta un rapporto tra consumi energetici e Pil, misura dell’efficienza energetica, superiore alla media europea; siamo sopra del 20% rispetto ai nostri obiettivi di riduzione dei gas serra scritti nel Protocollo di Kyoto; dopo una fase di stasi l’abusivismo edilizio ha ripreso a galoppare, spinto dalla sanatoria generalizzata di tre anni fa.
Ambiente Italia 2006 non si limita a tracciare un bilancio approfondito, prova anche a guardare al futuro. Consegna idealmente al nuovo Governo un “promemoria” di scelte concrete e subito “cantierabili” con cui combattere il declino nel segno dell’ambiente.

Dieci proposte al nuovo Governo

L’Italia deve cambiare rotta per dare nuovo slancio alle politiche ambientali e integrarle nelle strategie per combattere il declino e trovare la via di uno sviluppo forte e pulito. In tale prospettiva, Legambiente chiede alla maggioranza di centrosinistra uscita dal voto del 9 e 10 aprile e al prossimo Governo Prodi di impegnarsi concretamente sui seguenti punti.

1. Ridurre le emissioni e sviluppare le fonti rinnovabili
Fonti rinnovabili, efficienza e mobilità sostenibile sono i tre tasselli decisivi per ridurre la nostra dipendenza dal petrolio, sempre più dannosa per l’ambiente e sempre più costosa per imprese e famiglie. Solo così l’Italia potrà avvicinare gli obiettivi previsti dal Protocollo di Kyoto, e avviare una vera modernizzazione dei sistemi di produzione e consumo di energia.
Serve un programma d’incentivi che spinga la diffusione del solare, dell’eolico e delle altre fonti a emissioni zero. Il modello da prendere a riferimento è il “conto energia” adottato in Germania e Spagna, che fissa tariffe minime, remunerative del costo di produzione del kilowattora ma non del costo degli impianti, per l’acquisto dell’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili. Questo meccanismo dà un quadro di certezza ai potenziali investitori interessati a produrre elettricità e calore puliti da immettere in rete, e si è rivelato assai più efficiente e dinamico dei nostri CIP6 con cui si sono sperperati 30 miliardi di euro per finanziare quasi soltanto finte fonti rinnovabili.
Con il “conto energia”, coloro che installano un tetto fotovoltaico o un impianto eolico, oppure un’azienda che realizza un piccolo impianto per biomasse o mini-idroelettrico, possono valutare con sicurezza quanto riceveranno per l’energia ceduta alla rete. Inoltre questo è un sistema che permette di differenziare tariffe e tempi di rientro non solo tra le fonti ma anche secondo obiettivi ambientali e di efficienza che riguardano gli impianti

2. Efficienza energetica, solare, edilizia, gas
Di pari passo deve partire una politica dal lato della domanda, per frenare l’aumento dei consumi energetici con un vasto programma di risparmio energetico e di efficienza nella produzione e nella gestione. Le priorità sono: una legge che, sull’esempio della Spagna, imponga una quota minima di solare termico su tutti i nuovi edifici ad uso residenziale, terziario e industriale; l’applicazione effettiva delle nuove normative sulla certificazione di efficienza energetica degli edifici; un programma di sostegno all’innovazione tecnologica nell’edilizia e alle tecnologie energetiche di generazione diffusa.
Infine, per uscire dal petrolio occorre puntare sul gas come via di transizione, in particolare renderne meno rigido l’approvvigionamento con impianti di rigassificazione lungo la costa.

3. Riformare la legge Delega e la legge Obiettivo
La legge Delega in materia ambientale, oltre a presentare evidenti caratteri di incostituzionalità, ha segnato uno stravolgimento inaccettabile di principi elementari in materia di tutela e gestione ambientale. Il nostro auspicio è che la Corte Costituzionale ne bocci l’impianto accogliendo i ricorsi di quasi tutte le Regioni italiane; in ogni caso il nuovo governo deve impegnarsi per ristabilire le indicazioni contenute in leggi come la 183/1989 in materia di difesa del suolo, il decreto Ronchi (22/1997) in materia di rifiuti, la legge Galli 152/1998 in materia di acque, e semplificare e rendere coerente il quadro normativo recependo a pieno i principi ispiratori della più avanzata legislazione comunitaria (“chi inquina paga”, responsabilità estesa, precauzione, partecipazione responsabile).
Un’altra pessima eredità del Governo Berlusconi è la legge Obiettivo sulle grandi opere, che per oltre 200 infrastrutture ha cancellato ogni procedura di valutazione ambientale e di concertazione con enti e comunità locali, fuori da ogni definizione di indirizzi e priorità di merito. Due allora gli obiettivi più urgenti: indicare le direzioni in cui rendere più efficiente la nostra rete infrastrutturale, affrontando prima il potenziamento del trasporto a cominciare dagli ambiti metropolitani e locali (dove oggi si svolge l’80% degli spostamenti); varare nuove norme che garantiscano una spedita ma rigorosa valutazione d’impatto ambientale dei progetti e renderne partecipi le comunità locali.

4. Combattere le ecomafie
È necessario inserire nel Codice penale i delitti contro l’ambiente con sanzioni adeguate alla gravità dei crimini commessi, e riformare le procedura in materia di repressione degli abusi edilizi, riducendo i tempi delle ingiunzioni e degli interventi di demolizione e reperendo risorse per le operazioni di abbattimento e ripristino realizzati dai Comuni e dai Prefetti.
I numeri delle ecomafie sono infatti quelli di una vera e propria holding criminalecon un giro d’affari di almeno 2,5 miliardi di euro all’anno. Il terzo condono edilizio, il più ampio e generalizzato di sempre, ha legalizzato piccoli e grandi “ecomostri” costruiti sulle sponde dei fiumi, in zone demaniali costiere, in aree protette; in questo modo è stato dato un ulteriore, formidabile impulso all’abusivismo, rafforzando la convinzione di impunità di chi opera nel ciclo illegale del cemento.
Rendere più incisive le norme, rafforzare gli strumenti a disposizione delle forze dell’ordine e mettere in campo strumenti di recupero ambientale delle aree coinvolte, sono una condizione imprescindibile per combattere le ecomafie e promuovere la cultura della legalità.

5. Trasporto merci ferroviario e mobilità urbana, un rilancio
La mobilità urbana ha bisogno di grandi investimenti nelle infrastrutture del trasporto collettivo, nella mobilità ciclabile e di adottare disincentivi più forti alla mobilità privata (il road-pricing).
Per la mobilità delle merci occorre individuare corridoi prioritari dove garantire un servizio giornaliero con treni moderni e velocità medie competitive, e nodi organizzati alla movimentazione delle merci. Solo così si può rendere competitivo il trasporto ferroviario merci in direzione Nord-Sud, tra i principali porti italiani con gli interporti dei nodi urbani più importanti, ovvero dove esiste una forte domanda di trasporto merci che oggi utilizza l’autotrasporto.
Nei corridoi prioritari selezionati (Genova-Novara, Livorno-Padova, Ancona-Milano, Gioia Tauro-Napoli, Taranto-Verona) si può migliorare l’utilizzo delle linee esistenti, la continuità del servizio e garantire velocità medie competitive e una efficiente gestione delle merci nei nodi. Inoltre occorre mettere a gara il trasporto ferroviario merci lungo le tratte, per aumentare l’offerta di treni organizzati sulla rete e la presenza di operatori nel settore ferroviario, legando gli investimenti nel settore alla capacità di realizzare risultati sui corridoi individuati in termini di più treni ogni giorno a orari cadenzati. Questa direzione permette di riorganizzare la distribuzione dei container tra navi, treni e autotrasporto.
Un programma di rilancio del trasporto merci ferroviario che punti su alcuni interventi prioritari appare indispensabile visto lo squilibrio nei confronti della gomma – il 90% del trasporto merci – e lo stato di crisi della ferrovia che ogni anno perde terreno sia rispetto alla gomma sia in valori assoluti. Il suo rilancio ha un ruolo strategico nel trasporto intermodale in Italia, perché un efficiente sistema merci ferroviario su medie-lunghe distanze rappresenta un tassello indispensabile di una integrazione efficace tra i nodi del sistemi logistico. In questa prospettiva non è di certo una priorità strategica la nuova costosissima linea TAV Torino-Lione, che correrebbe parallela alla linea “storica” oggi sottoutilizzata.

6. Rafforzare l’Italia di qualità
C’è bisogno di una politica che valorizzi e metta a sistema lo straordinario patrimonio italiano di beni culturali e ambientali, di tradizioni e abilità manifatturiere, di saperi e convivialità, che ha un punto di forza nei 5.868 comuni con meno di 5 mila abitanti. La direzione è quella di un sistema integrato di finanziamenti, incentivi, defiscalizzazioni e semplificazioni burocratico-amministrative per mettere questi territori in grado di rendere visibili le proprie risorse, connetterli con le più moderne tecnologie telematiche, dotarli di servizi di qualità, certificare le filiere agroalimentari di qualità. In particolare i piccoli comuni possono svolgere un ruolo importante nel qualificare e rilanciare una parte consistente dell’offerta turistica nazionale e dare un nuovo slancio all’agricoltura di qualità. Ma queste dinamiche positive e queste potenzialità non riguardano solo settori ritenuti “tradizionali” come quelli dell’agroalimentare e del turismo, ma anche il manifatturiero più avanzato che è il retroterra del “made in Italy”.

7. Bonificare i siti inquinati
Occorre restituire sicurezza ai principali siti contaminati del nostro paese con un programma trasparente di intervento che coinvolga almeno i siti individuati nel Programma nazionale di bonifica del 1998 (petrolchimico di Porto Marghera, acciaierie di Taranto, siti produttivi dismessi di Manfredonia, Acna di Cengio, impianti ancora in attività di Augusta-Priolo-Melilli e Brindisi, aree inquinate dallo smaltimento illegale di rifiuti speciali come il litorale domitio-flegreo). Per voltare pagina servono una maggiore trasparenza, l’adozione di modifiche normative, l’istituzione del fondo nazionale per i siti orfani, il finanziamento di altre indagini epidemiologiche e un approccio diverso da parte delle imprese. Così si creerebbero nuove professionalità e posti di lavoro, si potenzierebbe il sistema dei controlli ambientali e si risanerebbero decine di migliaia di ettari di suoli da riutilizzare.
In questi anni molti studi hanno confermato il nesso causale che corre tra l’inquinamento, le lavorazioni industriali e le conseguenze sanitarie sulle popolazioni circostanti o sui lavoratori più esposti, ma l’azione di bonifica è rimasta al palo: sono ancora attivi impianti molto inquinanti, come quelli a cloro-soda con celle al mercurio di cui si chiede da almeno vent’anni la riconversione alla più sostenibile tecnologia a membrana, e soprattutto non si è ancora concretizzato lo scenario virtuoso di un’Italia risanata dall’inquinamento industriale che sembrava vicino con il varo del Programma nazionale.

8. Rafforzare e mettere in rete il patrimonio naturalistico
Bisogna rilanciare la sfida della protezione della natura come occasione, anche, di crescita e di sviluppo dell’intero paese. Un primo passo è dare finalmente un’“anima” alla Rete Natura 2000, circa 5 milioni di ettari di territorio (tutte le aree SIC e ZPS) che rappresentano le aree naturalisticamente più pregiate del nostro paese. Questo sistema va inserito nella rete delle aree protette e valorizzato come avamposto di sviluppo sostenibile.
Altrettanto importante è puntare sulla qualità del patrimonio forestale. L’Italia può vantare un patrimonio di boschi e foreste di oltre 10 milioni di ettari: si tratta di rilanciare una cultura forestale che abbia come obiettivo un aumento della qualità ambientale dei nostri boschi e un presidio delle aree marginali del paese (strategico soprattutto dal punto di vista dell’assetto idrogeologico) che si traduca anche in occasione di reddito per le popolazioni locali. In particolare, occorre favorire l’uso delle biomasse per produrre energia pulita e promuovere la certificazione forestale, utile anche per gli obiettivi di Kyoto.

9. Fermare il dissesto idrogeologico
Bastano pochi dati per capire che in Italia la questione del rischio idrogeologico e il degrado dei corsi d’acqua sono problemi prioritari. Nel decennio 1991-2001 si sono verificati più di 13 mila eventi tra frane e alluvioni, di cui 12 mila frane e oltre mille piene. Soltanto i principali eventi alluvionali dal 1993 hanno causato 343 vittime, con danni economici per più di 10 miliardi di euro. Sono sufficienti piogge non eccezionali per causare lo straripamento dei corsi d’acqua, e ciò a causa di decenni di interventi dissennati di regimazione e artificializzazione. Per invertire questo degrado occorre estendere la pianificazione di bacino e la concertazione tecnica-istituzionale tra Stato e Regioni, attuare seri e radicali interventi di delocalizzazione degli edifici e delle attività presenti nelle aree a rischio, avviare interventi di rinaturalizzazione per ridurre l’energia della corrente e permettere una esondazione diffusa ma controllata.

10. Investire nella ricerca e nell’innovazione per l’ambiente
Si deve favorire la ricerca in campo ambientale e l’innovazione tecnologica di processo e di prodotto orientata a rendere più sostenibili produzioni e consumi. La qualità ambientale deve essere uno degli obiettivi delle politiche di sostegno alla ricerca e sviluppo e di sostegno all’industria. In particolare è necessario incentivare i prodotti e i servizi “ad alto valore aggiunto ecologico”, cominciando dagli acquisti delle pubbliche amministrazioni.

Rifiuti assimilati a fonti rinnovabili
Questa è la novità contenuta nel decreto del ministero delle Attività produttive del 5 maggio 2006 (Gazzetta Ufficiale n. 125 del 31 maggio).
Il provvedimento ufficializza l’elenco dei rifiuti che possono accedere ai certificati verdi, gli incentivi riservati dalla legge 79/99 alle fonti energetiche rinnovabili. Il Dm dà attuazione all’articolo 17, comma 3, del decreto legislativo 287/03, il cosiddetto decreto biomasse, che a sua volta, ha recepito la direttiva 2001/77/ Ce sulla promozione dell’energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno dell’elettricità.
Il provvedimento era atteso da due anni e prescinde dal nuovo Testo unico ambientale (Dlgs 152/06). Infatti, eventuali modifiche al Codice non incideranno sul nuovo assetto legislativo, fondamentale per implementare una politica energetica che provi a rendersi più indipendente dalle fonti tradizionali. In questo assetto, l’assimilabilità deriva dalla natura delle frazioni contenute nei rifiuti, che possono essere di origine biogenica o fossile.
La direttiva 2001/77/Ce assimila alle biomasse anche la parte biodegradabile dei rifiuti industriali e urbani, riconoscendo così ai rifiuti un grado di rinnovabilità specifico per ogni tipologia, in funzione dell’origine delle varie frazioni presenti. Nel Dm del 5 maggio 2006, l’apposizione della lettera “B” a una tippologia di rifiuto, lo qualifica come interamente a base di biomassa, quindi fruibile integralmente a fini energetici.
I rifiuti indicati nel nuovo Dm si aggiungono ai rifiuti già previsti dall’articolo 17, comma 1, del Dlgs 387/03. Si tratta cioè, dei rifiuti, compresa la frazione non biodegradabile, e dei combustibili da rifiuti previsti dal Dm 5 febbraio 1998. Il rifiuto di cui alle norme tecniche Uni 9903-1 (cosiddetto Cdr di qualità) è invece fonte rinnovabile solo in misura proporzionale alla frazione biodegradabile in esso contenuta.
I gestori di impianti che producono energia elettrica che impiegano, in tutto o in parte, i rifiuti e che vogliono i certificati verdi, devono presentare richiesta al Gestore della rete di trasmissione nazionale (Grtn). L’accesso ai certificati, comunque, segue una doppia via, in base alla presenza del rifiuto nell’allegato 1A, in questo caso l’accesso è diretto, o nell’allegato 1B e in questo caso l’accesso è mediato da un accordo di programma. L’articolo 267, comma 4, lettera d) del Dlgs 152/2006, eleva la durata dei certificati verdi da otto a dodici anni.
Inoltre, gli impianti di produzione di energia elettrica alimentati dai rifiuti individuati dal nuovo Dm devono ottenere un’autorizzazione regionale che costituisce titolo per costruire e per esercitare l’impianto e deve essere concessa entro 180 giorni dalla domanda.
Infine, i soggetti che effettuano recupero di energia e di materia dai rifiuti, devono trasmettere entro il 31 maggio 2007, e poi entro il 30 giugno di ogni anno, all’Apat e alle Regioni i dati relativi all’anno precedente sulle quantità e sulle tipologie di rifiuti prodotti e i dati devono essere disaggregati su base regionale.


Bisogna ripartire dall’ambiente

Tra i danni prodotti al bilancio statale e i guasti inferti all’ambiente in questi ultimi anni, è difficile stabilire quali siano i più gravi. Non solo perché in molti casi i rispettivi effetti si intrecciano, ma anche perché l’impatto ambientale è destinato a scoppiare nel tempo come una bomba a orologeria, sia in rapporto al territorio sia sul piano economico-finanziario, se i provvedimenti adottati nella scorsa legislatura non verranno tempestivamente rivisti
Per difendere l’ambiente e il bilancio statale, il futuro governo, dovrà compiere una rapida inversione di marcia, dovrà insomma abbandonare
La cattiva strada a cui il Wwf Italia dedica ora un rapporto così intitolato, in cui analizza la Legge Obiettivo capitolo per capitolo, dal Ponte sullo Stretto alla Tav.
Il volume dell’associazione, detta anche un Decalogo per superare la devastante politica territoriale degli ultimi anni.
Il “primo comandamento” riguarda il ritorno alla legge Merloni. Il provvedimento, approvato nel ’94 sotto il governo Ciampi e successivamente integrato e aggiornato, portava il nome dell’ex ministro dei Lavori pubblici e disciplinava in modo rigoroso e trasparente la delicata materia degli appalti. Occorre poi definire con maggiore chiarezza la figura del “general contractor”, a cui la Legge Obiettivo affida il compito di coordinare l’esecuzione di ciascuna opera, senza attribuirgli però responsabilità precise nei confronti degli appaltanti. Oltre a possedere capacità tecnico-finanziarie e risorse professionali proprie per realizzare le infrastrutture, questo soggetto deve limitare al massimo l’affidamento dei lavori a terzi e in ogni caso non può più avere la facoltà di emettere obbligazioni garantite dallo Stato.
Un altro punto su cui intervenire riguarda i concessionari delle infrastrutture di trasporto, come ferrovie e autostrade. Anche qui è necessario ripristinare il limite di 30 anni stabilito a suo tempo dalla legge Merloni, salvo casi eccezionali e preventivamente individuati. Prima di progettare nuove infrastrutture, sarebbe preferibile comunque potenziare subito quelle esistenti. Gli ambientalisti chiedono, di riaprire il confronto sulle ipotesi alternative alla linea trasversale ad Alta velocità passeggeri (da Torino a Trieste), alla prosecuzione verso nord (Milano-Brennero) e verso sud (Battipaglia-Reggio Calabria). E per quanto riguarda le autostrade, sollecitano l’abbandono dei progetti per i Corridoi tirrenici in favore dell’adeguamento a quattro corsie delle strade statali già esistenti (Aurelia e Pontina). Gli ultimi due “comandamenti” del Decalogo compilato dal Wwf, prescrivono l’eliminazione dei Commissari per operare in deroga alle normative esistenti e la cancellazione dei provvedimenti che consentono l’abuso delle norme di protezione civile, estese in modo improprio e generico ai “grandi eventi”, autorizzando la realizzazione di manufatti e infrastrutture in deroga alla disciplina urbanistica e ambientale. In entrambi i casi, si tratta di superare quella “cultura dell’emergenza” che in realtà copre margini troppo ampi di discrezionalità ed evidenti lacune di trasparenza.


Ciampi rinvia al governo il decreto sull’Ambiente

Il Presedente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi ha chiesto al Governo una serie di chiarimenti sul decreto legislativo che attua la legge delega sulla materia ambientale, noto come il penta testo di riordino in materia ambientale.
La decisione del Presidente Ciampi di non firmare il decreto in materia ambientale non è un vero e proprio rinvio, ma un provvedimento che blocca di fatto il procedimento.
Sulla delega ambientale il Quirinale vuole chiarimenti e il Presidente Ciampi, ha chiesto al Governo spiegazioni sul rispetto delle competenze regionali e sulle ragioni del parere negativo espresso dalla Conferenza Stato-Regioni, rivolgendo un implicito invito ad approfondire la questione e a verificare i punti controversi.
La legge delega varata sembra un vero e proprio maxi-condono per il passato e un “via libera” per il futuro. Come ad esempio la possibilità di smaltire rifiuti in modo illegale, contro la disciplina comunitaria; la riduzione degli interventi di bonifica sui siti industriali inquinati; l’abolizione dei controlli sulla qualità delle acque, secondo i parametri stabiliti dall’Unione europea, fino a trasformare la valutazione d’impatto ambientale (Via) in un adempimento poco più che burocratico.
Se l’attuale Governo, non si deciderà di correggere il provvedimento, il Paese rischia di perdere un cespite importante del suo patrimonio ambientale, una parte della sua ricchezza naturale che alimenta il turismo e l’occupazione del settore.
Molto positive sono state le reazioni avute dalle Associazioni Ambientaliste, che da anni hanno cercato di contrastare il decreto affinché si arrivasse a quello che sta accadendo ed è accaduto in questi ultimi giorni.
I collaboratori del Ministro Matteoli tentano di accreditare la tesi che il Quirinale si è limitato solo a chiedere dei chiarimenti e sono sicuri che alla fine il Presidente approvi il decreto.
Anche su questo noi cittadini, il 9 e il 10 aprile, saremo chiamati a dire la nostra, e il nostro voto sarà decisivo anche sulle sorti del nostro “ ambiente”.

Energia, Enegia, Energia


Come oramai accade negli ultimi anni, sia con il grande freddo, sia con il grande caldo, si parla del problema energetico. Inoltre non bisogna trascurare che il “caro energia” spinge i prezzi ed accelera l’inflazione , infatti, il tasso tendenziale a gennaio è risalito al 2,2% e l’incremento mensile stimato dall’Istat si attesta intorno allo 0,2%. Ciò significa che entro fine anno l’inflazione potrebbe essere pari al 3,9% creando problemi a quel minimo di “ripresa” economica che si sta paventando. E’ quindi necessario e non più rinviabile che si operi delle riforme strutturali partendo proprio da settori strategici e vitali come quello dell’energia. Infatti, se è vero che senza acqua non si può vivere, questa oggi dipende per il sollevamento dai pozzi ( captazione ) al 100% dall’energia. Di allarme energia a seguito delle carenze del Gas si è parlato anche in un recente articolo apparso sull’Espresso che, riportando un sondaggio fatto agli Italiani, ha rilevato che molti sarebbero più favorevoli che per il passato ad un passaggio all’Energia Nucleare. Appare quindi che il tempo o la necessità stiano facendo superare agli Italiani uno scoglio che sembra insormontabile . Ma il nostro Paese può ritornare indietro e può combattere un fabbisogno di energia crescente e imminente con questo sistema? Sicuramente è necessario porre immediatamente mano ad una riforma strutturale del sistema di produzione dell’energia. Una notizia che conforta è quella, forse detta proprio dal momento che viviamo, che a livello internazionale le imprese che produco energia pulita e da fonti rinnovabili ( in particolare il solare) come: Suntech ( Canada), Suzion ( India), SunPower ( USA), Solar Word ( Germania), Vestas ( Danimarca), Kyocera ( Giappone), vedono volare in borsa i loro rendimenti e più che in altri settori, ed in Italia? dopo tanto parlare nel Paese “ do’ sole” cosa si progetta? E’ di estremo interesse leggere la tabella che segue per capire quanto si sia dipendenti da fonti energetiche inquinati, costose e che si esauriranno nel medio termine.

tabella-energia

Il nostro compito come Associazione è quello di diffondere cultura economico ambientale e sicuramente anche quello di spingere affinché si vedano strategie e programmi che concretamente affrontino la realtà prima di essere travolti dal buio e non solo quello dell’ignoranza!

Desertificazione e cambiamenti climatici.
Cari web lettori,

Vi facciamo i nostri più sentiti auguri di Buon Anno e soprattutto che sia un anno di proficuo lavoro e con più valori ambientali.
Il 2006 sarà l’anno internazionale della lotta contro la desertificazione. L’articolo 1 della Convenzione per combattere la desertificazione recita “…’desertification’ means land degradation in arid, semi-arid and dry sub-humid areas resulting from various factors, includine climatic variations and human activities; ‘combating desertification’ includes activities which are part of the integrated development of land in arid, semi-arid and dry sub humid areas for sustainable development…”. Il cuore della Convenzione sta nell’impegno dei Paesi nella preparazione e implementazione di programme d’azione per prevenire il degrade dei loro territori. L’applicazione della Convenzione prevede programmi specifici per le Regioni affette: Africa, Asia, Latin America e regioni Mediterranee. Prevede altresì azioni internazionali di cooperazione per la distribuzione di conoscenza, tecnologie e risorse. La Convenzione per ridurre gli effetti dei cambiamenti climatici ha adottato uno strumento operativo quale il Protocollo di Kyoto (11 dicembre 1997) che è entrato in vigore il 16 febbraio 2005. I meccanismi previsti dal Protocollo di Kyoto e lo schema per lo scambio di emissioni della Comunità Europea rappresentano un’opportunità per i Paesi sviluppati di ridurre le emissioni di gas serra (-8% in Europa rispetto ai valori del 1990) e nello stesso tempo di favorire economie in sviluppo ed in transizione nell’investimento in tecnologie ed infrastrutture ecocompatibili, che possano contribuire al loro sviluppo sostenibile. Tali riduzioni di emissioni così come la lotta alla desertificazione e al degrado dei territori rappresentano uno straordinario strumento per lo sviluppo: offrono l’opportunità di veicolare capitale privato verso tecnologie pulite in Paesi svantaggiati, favorendo il loro sviluppo sostenibile. La critica che si può muovere a tali strumenti è relativa proprio alla reale capacità di contribuire alla sostenibilità locale dei Paesi che ospitano le nuove attività e le nuove tecnologie.