Esce malconcio l’ambiente Italia da cinque anni di “cura Berlusconi”.
Pensiamo utile prendere spunto dal libro di Edizioni Ambiente “Ambiente Italia” per le nuove proposte in materia ambientale, augurandoci che il nuovo governo, al quale auguriamo un Buon lavoro, faccia meglio.
Come associazione siamo sempre presenti sulle questioni e i problemi per dare il nostro piccolo contributo al miglioramento del sistema.
Riportiamo il testo in sintesi, delle proposte di Lega Ambiente al nuovo governo Prodi, condividendone il contenuto.
Esce malconcio l’
ambiente Italia da cinque anni di “cura Berlusconi”. Per le scelte fatte: il condono edilizio, la messa in vendita dei beni storici e ambientali, la legge delega che ha cancellato leggi preziose come quelle sui rifiuti e sulle acque. Forse ancora di più per le scelte non fatte: nulla per rendere più moderni e meno inquinanti i trasporti e i sistemi energetici, nulla per promuovere quella “soft economy” che è la via maestra di uno sviluppo sostenibile.  
Per sintetizzare questa fase di stallo e di involuzione bastano pochi numeri tra le centinaia che compaiono nel set di indicatori statistici di
Ambiente Italia 2006, il Rapporto di Legambiente curato dall’Istituto Ambiente Italia. Eccone tre molto eloquenti: l’Italia presenta un rapporto tra consumi energetici e Pil, misura dell’efficienza energetica, superiore alla media europea; siamo sopra del 20% rispetto ai nostri obiettivi di riduzione dei gas serra scritti nel Protocollo di Kyoto; dopo una fase di stasi l’abusivismo edilizio ha ripreso a galoppare, spinto dalla sanatoria generalizzata di tre anni fa.
Ambiente Italia 2006 non si limita a tracciare un bilancio approfondito, prova anche a guardare al futuro. Consegna idealmente al nuovo Governo un “promemoria” di scelte concrete e subito “cantierabili” con cui combattere il declino nel segno dell’ambiente.

Dieci proposte al nuovo Governo

L’Italia deve cambiare rotta per dare nuovo slancio alle politiche ambientali e integrarle nelle strategie per combattere il declino e trovare la via di uno sviluppo forte e pulito. In tale prospettiva, Legambiente chiede alla maggioranza di centrosinistra uscita dal voto del 9 e 10 aprile e al prossimo Governo Prodi di impegnarsi concretamente sui seguenti punti.

1. Ridurre le emissioni e sviluppare le fonti rinnovabili
Fonti rinnovabili, efficienza e mobilità sostenibile sono i tre tasselli decisivi per ridurre la nostra dipendenza dal petrolio, sempre più dannosa per l’ambiente e sempre più costosa per imprese e famiglie. Solo così l’Italia potrà avvicinare gli obiettivi previsti dal Protocollo di Kyoto, e avviare una vera modernizzazione dei sistemi di produzione e consumo di energia.
Serve un programma d’incentivi che spinga la diffusione del solare, dell’eolico e delle altre fonti a emissioni zero. Il modello da prendere a riferimento è il “conto energia” adottato in Germania e Spagna, che fissa tariffe minime, remunerative del costo di produzione del kilowattora ma non del costo degli impianti, per l’acquisto dell’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili. Questo meccanismo dà un quadro di certezza ai potenziali investitori interessati a produrre elettricità e calore puliti da immettere in rete, e si è rivelato assai più efficiente e dinamico dei nostri CIP6 con cui si sono sperperati 30 miliardi di euro per finanziare quasi soltanto finte fonti rinnovabili.
Con il “conto energia”, coloro che installano un tetto fotovoltaico o un impianto eolico, oppure un’azienda che realizza un piccolo impianto per biomasse o mini-idroelettrico, possono valutare con sicurezza quanto riceveranno per l’energia ceduta alla rete. Inoltre questo è un sistema che permette di differenziare tariffe e tempi di rientro non solo tra le fonti ma anche secondo obiettivi ambientali e di efficienza che riguardano gli impianti

2. Efficienza energetica, solare, edilizia, gas
Di pari passo deve partire una politica dal lato della domanda, per frenare l’aumento dei consumi energetici con un vasto programma di risparmio energetico e di efficienza nella produzione e nella gestione. Le priorità sono: una legge che, sull’esempio della Spagna, imponga una quota minima di solare termico su tutti i nuovi edifici ad uso residenziale, terziario e industriale; l’applicazione effettiva delle nuove normative sulla certificazione di efficienza energetica degli edifici; un programma di sostegno all’innovazione tecnologica nell’edilizia e alle tecnologie energetiche di generazione diffusa.
Infine, per uscire dal petrolio occorre puntare sul gas come via di transizione, in particolare renderne meno rigido l’approvvigionamento con impianti di rigassificazione lungo la costa.

3. Riformare la legge Delega e la legge Obiettivo
La legge Delega in materia ambientale, oltre a presentare evidenti caratteri di incostituzionalità, ha segnato uno stravolgimento inaccettabile di principi elementari in materia di tutela e gestione ambientale. Il nostro auspicio è che la Corte Costituzionale ne bocci l’impianto accogliendo i ricorsi di quasi tutte le Regioni italiane; in ogni caso il nuovo governo deve impegnarsi per ristabilire le indicazioni contenute in leggi come la 183/1989 in materia di difesa del suolo, il decreto Ronchi (22/1997) in materia di rifiuti, la legge Galli 152/1998 in materia di acque, e semplificare e rendere coerente il quadro normativo recependo a pieno i principi ispiratori della più avanzata legislazione comunitaria (“chi inquina paga”, responsabilità estesa, precauzione, partecipazione responsabile).
Un’altra pessima eredità del Governo Berlusconi è la legge Obiettivo sulle grandi opere, che per oltre 200 infrastrutture ha cancellato ogni procedura di valutazione ambientale e di concertazione con enti e comunità locali, fuori da ogni definizione di indirizzi e priorità di merito. Due allora gli obiettivi più urgenti: indicare le direzioni in cui rendere più efficiente la nostra rete infrastrutturale, affrontando prima il potenziamento del trasporto a cominciare dagli ambiti metropolitani e locali (dove oggi si svolge l’80% degli spostamenti); varare nuove norme che garantiscano una spedita ma rigorosa valutazione d’impatto ambientale dei progetti e renderne partecipi le comunità locali.

4. Combattere le ecomafie
È necessario inserire nel Codice penale i delitti contro l’ambiente con sanzioni adeguate alla gravità dei crimini commessi, e riformare le procedura in materia di repressione degli abusi edilizi, riducendo i tempi delle ingiunzioni e degli interventi di demolizione e reperendo risorse per le operazioni di abbattimento e ripristino realizzati dai Comuni e dai Prefetti.
I numeri delle ecomafie sono infatti quelli di una vera e propria holding criminalecon un giro d’affari di almeno 2,5 miliardi di euro all’anno. Il terzo condono edilizio, il più ampio e generalizzato di sempre, ha legalizzato piccoli e grandi “ecomostri” costruiti sulle sponde dei fiumi, in zone demaniali costiere, in aree protette; in questo modo è stato dato un ulteriore, formidabile impulso all’abusivismo, rafforzando la convinzione di impunità di chi opera nel ciclo illegale del cemento.
Rendere più incisive le norme, rafforzare gli strumenti a disposizione delle forze dell’ordine e mettere in campo strumenti di recupero ambientale delle aree coinvolte, sono una condizione imprescindibile per combattere le ecomafie e promuovere la cultura della legalità.

5. Trasporto merci ferroviario e mobilità urbana, un rilancio
La mobilità urbana ha bisogno di grandi investimenti nelle infrastrutture del trasporto collettivo, nella mobilità ciclabile e di adottare disincentivi più forti alla mobilità privata (il road-pricing).
Per la mobilità delle merci occorre individuare corridoi prioritari dove garantire un servizio giornaliero con treni moderni e velocità medie competitive, e nodi organizzati alla movimentazione delle merci. Solo così si può rendere competitivo il trasporto ferroviario merci in direzione Nord-Sud, tra i principali porti italiani con gli interporti dei nodi urbani più importanti, ovvero dove esiste una forte domanda di trasporto merci che oggi utilizza l’autotrasporto.
Nei corridoi prioritari selezionati (Genova-Novara, Livorno-Padova, Ancona-Milano, Gioia Tauro-Napoli, Taranto-Verona) si può migliorare l’utilizzo delle linee esistenti, la continuità del servizio e garantire velocità medie competitive e una efficiente gestione delle merci nei nodi. Inoltre occorre mettere a gara il trasporto ferroviario merci lungo le tratte, per aumentare l’offerta di treni organizzati sulla rete e la presenza di operatori nel settore ferroviario, legando gli investimenti nel settore alla capacità di realizzare risultati sui corridoi individuati in termini di più treni ogni giorno a orari cadenzati. Questa direzione permette di riorganizzare la distribuzione dei container tra navi, treni e autotrasporto.
Un programma di rilancio del trasporto merci ferroviario che punti su alcuni interventi prioritari appare indispensabile visto lo squilibrio nei confronti della gomma – il 90% del trasporto merci – e lo stato di crisi della ferrovia che ogni anno perde terreno sia rispetto alla gomma sia in valori assoluti. Il suo rilancio ha un ruolo strategico nel trasporto intermodale in Italia, perché un efficiente sistema merci ferroviario su medie-lunghe distanze rappresenta un tassello indispensabile di una integrazione efficace tra i nodi del sistemi logistico. In questa prospettiva non è di certo una priorità strategica la nuova costosissima linea TAV Torino-Lione, che correrebbe parallela alla linea “storica” oggi sottoutilizzata.

6. Rafforzare l’Italia di qualità
C’è bisogno di una politica che valorizzi e metta a sistema lo straordinario patrimonio italiano di beni culturali e ambientali, di tradizioni e abilità manifatturiere, di saperi e convivialità, che ha un punto di forza nei 5.868 comuni con meno di 5 mila abitanti. La direzione è quella di un sistema integrato di finanziamenti, incentivi, defiscalizzazioni e semplificazioni burocratico-amministrative per mettere questi territori in grado di rendere visibili le proprie risorse, connetterli con le più moderne tecnologie telematiche, dotarli di servizi di qualità, certificare le filiere agroalimentari di qualità. In particolare i piccoli comuni possono svolgere un ruolo importante nel qualificare e rilanciare una parte consistente dell’offerta turistica nazionale e dare un nuovo slancio all’agricoltura di qualità. Ma queste dinamiche positive e queste potenzialità non riguardano solo settori ritenuti “tradizionali” come quelli dell’agroalimentare e del turismo, ma anche il manifatturiero più avanzato che è il retroterra del “made in Italy”.

7. Bonificare i siti inquinati
Occorre restituire sicurezza ai principali siti contaminati del nostro paese con un programma trasparente di intervento che coinvolga almeno i siti individuati nel Programma nazionale di bonifica del 1998 (petrolchimico di Porto Marghera, acciaierie di Taranto, siti produttivi dismessi di Manfredonia, Acna di Cengio, impianti ancora in attività di Augusta-Priolo-Melilli e Brindisi, aree inquinate dallo smaltimento illegale di rifiuti speciali come il litorale domitio-flegreo). Per voltare pagina servono una maggiore trasparenza, l’adozione di modifiche normative, l’istituzione del fondo nazionale per i siti orfani, il finanziamento di altre indagini epidemiologiche e un approccio diverso da parte delle imprese. Così si creerebbero nuove professionalità e posti di lavoro, si potenzierebbe il sistema dei controlli ambientali e si risanerebbero decine di migliaia di ettari di suoli da riutilizzare.
In questi anni molti studi hanno confermato il nesso causale che corre tra l’inquinamento, le lavorazioni industriali e le conseguenze sanitarie sulle popolazioni circostanti o sui lavoratori più esposti, ma l’azione di bonifica è rimasta al palo: sono ancora attivi impianti molto inquinanti, come quelli a cloro-soda con celle al mercurio di cui si chiede da almeno vent’anni la riconversione alla più sostenibile tecnologia a membrana, e soprattutto non si è ancora concretizzato lo scenario virtuoso di un’Italia risanata dall’inquinamento industriale che sembrava vicino con il varo del Programma nazionale.

8. Rafforzare e mettere in rete il patrimonio naturalistico
Bisogna rilanciare la sfida della protezione della natura come occasione, anche, di crescita e di sviluppo dell’intero paese. Un primo passo è dare finalmente un’“anima” alla Rete Natura 2000, circa 5 milioni di ettari di territorio (tutte le aree SIC e ZPS) che rappresentano le aree naturalisticamente più pregiate del nostro paese. Questo sistema va inserito nella rete delle aree protette e valorizzato come avamposto di sviluppo sostenibile.
Altrettanto importante è puntare sulla qualità del patrimonio forestale. L’Italia può vantare un patrimonio di boschi e foreste di oltre 10 milioni di ettari: si tratta di rilanciare una cultura forestale che abbia come obiettivo un aumento della qualità ambientale dei nostri boschi e un presidio delle aree marginali del paese (strategico soprattutto dal punto di vista dell’assetto idrogeologico) che si traduca anche in occasione di reddito per le popolazioni locali. In particolare, occorre favorire l’uso delle biomasse per produrre energia pulita e promuovere la certificazione forestale, utile anche per gli obiettivi di Kyoto.

9. Fermare il dissesto idrogeologico
Bastano pochi dati per capire che in Italia la questione del rischio idrogeologico e il degrado dei corsi d’acqua sono problemi prioritari. Nel decennio 1991-2001 si sono verificati più di 13 mila eventi tra frane e alluvioni, di cui 12 mila frane e oltre mille piene. Soltanto i principali eventi alluvionali dal 1993 hanno causato 343 vittime, con danni economici per più di 10 miliardi di euro. Sono sufficienti piogge non eccezionali per causare lo straripamento dei corsi d’acqua, e ciò a causa di decenni di interventi dissennati di regimazione e artificializzazione. Per invertire questo degrado occorre estendere la pianificazione di bacino e la concertazione tecnica-istituzionale tra Stato e Regioni, attuare seri e radicali interventi di delocalizzazione degli edifici e delle attività presenti nelle aree a rischio, avviare interventi di rinaturalizzazione per ridurre l’energia della corrente e permettere una esondazione diffusa ma controllata.

10. Investire nella ricerca e nell’innovazione per l’ambiente
Si deve favorire la ricerca in campo ambientale e l’innovazione tecnologica di processo e di prodotto orientata a rendere più sostenibili produzioni e consumi. La qualità ambientale deve essere uno degli obiettivi delle politiche di sostegno alla ricerca e sviluppo e di sostegno all’industria. In particolare è necessario incentivare i prodotti e i servizi “ad alto valore aggiunto ecologico”, cominciando dagli acquisti delle pubbliche amministrazioni.